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L'allenamento a secco

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Scritto da Mondo Vacca   
Domenica 30 Gennaio 2005 01:19

Permettetemi di fare qualche riflessione sull’allenamento a secco nell’arrampicata.
Intanto vediamo di capire perché viene chiamato così, non solo per curiosità accademica, ma anche perché il conoscere l’origine della denominazione ci può aiutare ad analizzare meglio i “pro” e i “contro” di tale metodologia di allenamento in funzione del nostro rendimento nella pratica dell’arrampicata.

La terminologia venne adottata per la prima volta nell’allenamento del nuoto, e si voleva indicare con “allenamento a secco” tutta quella serie di esercizi effettuati fuori dalla piscina (a secco appunto) comprendenti esercizi di riscaldamento, potenziamento coi pesi, di allungamento (stretching) e quant’altro poteva esser fatto lontano dall’ambiente acquatico. La terminologia è stata poi estesa nel suo significato per abbracciare tutte quelle metodiche di allenamento delle più svariate discipline sportive che hanno come contenuto esercizi che non richiamano il gesto tecnico o la situazione motoria propria di quella specialità.

Ricordo, in occasione di un corso di aggiornamento, che proprio nell’ambito del nuoto addirittura si tentava di sperimentare la validità dell’ insegnamento della tecnica dei vari stili  in palestra, fuori dall’acqua… cioè si valutava la possibilità di insegnare ad una persona a nuotare senza farla entrare in acqua… non chiedetemi l’esito dell’esperimento perché non lo conosco!

Si è assistito, in questi ultimi decenni, ad una maggior dilatazione della pratica dell’allenamento a secco con  il progressivo affermarsi del professionismo sportivo e la sempre più accanita ricerca del risultato nella prestazione. In funzione di ciò gli allenamenti si sono fatti sempre più intensi e massacranti fino a comprendere appunto tutta una serie di esercizi altamente specifici e speciali per l’incremento delle diverse capacità motorie che apparentemente poco anno a che fare con il particolare gesto tecnico proprio di quella determinata disciplina!

Di contro è risaputo che il miglior modo di apprendere e di migliorarsi in un determinato sport è la costante pratica del medesimo, tanto è vero che molti grandi campioni del calcio e della pallacanestro, ad esempio, vengono dalle “favelas” sudamericane o dai ghetti delle metropoli degli USA dove non facevano altro che tirare calci o lanciare il pallone a canestro dalla mattina alla sera. E proprio nell’ambito dei giochi sportivi, forse, che si è maggiormente mantenuta la tendenza ad effettuare gli allenamenti con la costante presenza dell’attrezzo “palla”, quindi con la costante vicinanza alla specificità di quella propria disciplina,  sia che si trattasse di calcio, di pallavolo o di rugby…

Inoltre, a supporto di questa ovvietà.  una delle più moderne dottrine dell’allenamento recita: “l’allenamento di una attività sportiva deve esser fatto per quanto possibile nella medesima situazione di gara”; più sinteticamente conosciuta come: teoria dell’allenamento della situazione in situazione! Proprio perché nella situazione di competizione entrano in gioco tutta una serie di variabili che possono alterare in misura notevole le normali prestazioni. Questa norma ha la sua valenza soprattutto nei giochi sportivi dove spesso il divario fra la capacità tecnica individuale e il rendimento in partita riscontrato in alcuni soggetti è stato notevole: tipici sono i casi di abili palleggiatori incapaci di eseguire le stesse performances davanti ad un avversario. Ma anche in altri sport di situazione, come ad esempio tutte le discipline di combattimento, questa regola ha la sua importanza.

Tornado alla nostra attività non si scopre certo l’America a dire che ad arrampicare si impara soprattutto arrampicando e che il migliore allenamento per l’arrampicata è l’assidua frequentazione delle falesie  e massi. Alcuni scalatori di buon livello affermano con convinzione che sia sufficiente la pratica dell’arrampicata per raggiungere i propri massimi gradi di difficoltà. Qui invece stato anche detto  che, specie oltre un certo livello se si vuole progredire, diventa importante l’allenamento a secco, soprattutto per migliorare la forza nelle sue diverse espressioni. E qui secondo me si nasconde  il pericolo!

Intanto gli esercizi specifici di incremento della forza, specie quella massima, non sono certo un allenamento in situazione; mancano quindi oltre agli stimoli di natura tecnico/tattica tutte quelle sollecitazioni di natura psichica che sono propri dell’arrampicata e da quella da primo di cordata in particolare.

Inoltre, l’allenamento ad un certo livello, che non può essere organizzato diversamente dalla forma tabellare,   rischia di innescare un circolo che da virtuoso può diventare vizioso. Cosa voglio dire con questo? Che la progressione dei carichi e i relativi  tempi di recupero possono lasciare poco spazio per l’arrampicata in falesia o non consentirla ai suoi massimi livelli di prestazione! Insomma, uno che fa massimali di lunedì, mercoledì e venerdì o anche oltre, trascinato dalla progressione del carico, rischia di identificare il fine e non più il mezzo nell’allenamento stesso; per cui raggiungere la massima prestazione in allenamento (massimo carico sollevato) può in certi periodi diventare prioritario rispetto ad una performance in falesia, o semplicemente non permettere di scalare con profitto al massimo livello, dal momento che è impensabile tentare la nostra massima prestazione in falesia se la sera prima ci si è massacrati con i massimali!

Anche qui  il confine è molto sottile e poco ben definito. È chiaro che ogni buon arrampicatore sa che non può stare a lungo lontano dalla falesia pena la perdita di tutte quelle sensazioni, soprattutto di natura psichica, relative alla pratica dell’arrampicata che comunemente definiamo: confidenza con la roccia. A questo egli cerca di sopperire spesso facendo coincidere le fasi di scarico e rigenerazione con scalate non impegnative su gradi ben al di sotto del suo livello. È questo un ottimo accorgimento che se però dovesse esser protratto nel tempo cela un altro pericolo: rischia infatti di innescare un processo involutivo nei confronti dell’arrampicata di alto livello (intendendo qui per alto livello il grado massimo dello scalatore in questione). E qui siamo ancora una volta lontani dalla situazione, perché se la nostra aspirazione è realizzare il grado più elevato dobbiamo confrontarci spesso coi nostri massimi livelli.

Per assurdo si rischia cioè di accumulare un notevole potenziale di forza che non si è capaci di tradurre in prestazione, vuoi perché l’eventuale distanza delle protezioni ci fa nuovamente paura, o perché non si trovano più certi delicati equilibri, o perché la tensione dell’arrampicata da primo vanifica in pochi secondi quella capacità di forza accumulata!

Tornando alla metafora calcistica, sarebbe come se una squadra o un singolo giocatore si allenasse  spesso si, in situazione di gioco, ma con un avversario nettamente inferiore, trovandosi poi in seria difficoltà nel momento in cui deve confrontarsi in gara con una formazione particolarmente agguerrita! È questo il rischio che corrono, ad esempio, le formazioni nazionali qualificate di diritto alle fasi finali del campionato del mondo di calcio che sono costrette a disputare tutta una serie di incontri amichevoli per riempire il vuoto agonistico, ma come sappiamo gli incontri amichevoli non impegnano specie, sotto l’aspetto psichico,  come quando la posta è ben più alta! 

Uno dei maggiori limiti dell’allenamento a secco infatti è la sua specializzazione, cura a livelli elevati  solo pochi settori dell’allenamento, nel nostro caso soprattutto le capacità condizionali (forza e resistenza), e li sollecita purtroppo in modalità separata, facendo mancare tutta una serie di sinergie che concorrono nella prestazione; inoltre, come già detto, mancano tutti quegli aspetti appartenenti alla sfera psichica che difficilmente possono esser sollecitati in palestra. Non dimentichiamoci che l’arrampicata è un’attività psicologicamente stressante e che saper tenere una micro-tacca a un metro dal materasso in palestra è un conto,  tenerla in falesia con l’ultimo rinvio un metro sotto i piedi è ben altro!!

Tornando quindi all’ iniziale curiosità, allenarsi a secco significa stare lontano dalla falesia, lontano cioè dalla nostra acqua. Quanto questo piace o fa bene allo scalatore?!!
Se viene utilizzato per compensare delle lacune va senz’altro bene, se invece il suo spazio aumenta troppo a svantaggio dell’arrampicata è un rischio! Anche per questo secondo me è bene privilegiare l’uso della struttura artificiale quando si è costretti lontano dalla falesia, perché almeno si ripete anche in allenamento la gestualità dell’arrampicata. A questo proposito torna senz’altro utile ricostruirsi al pannello un passaggio particolarmente difficile di una via che si sta lavorando, cercando di ricreare per quanto possibile le stesse condizioni di inclinazione della parete, distanza, dimensione  e forma degli appigli; inoltre lo stesso passaggio può esser ripetuto aggravando le condizioni di carico (cintura zavorrata), non l’inclinazione del pannello, perché cambierebbero i rapporti di equilibrio e le direzioni di trazione/spinta, saremmo quindi in una situazione leggermente diversa. In definitiva tutti sappiamo che il migliore allenamento per realizzare una via è: fare quella via!

Sta quindi alla sensibilità e all’intelligenza dello scalatore saper trovare il giusto equilibrio fra l’allenamento a secco e l’arrampicata in ambiente naturale, sia che questa venga effettuata sui massi o in falesia; e nell’allenamento a secco documentarsi correttamente in modo che questo sia equilibrato, per quanto possibile mirato, e non acquistato preconfezionato al supermercato!!

La tabella di allenamento di una persona non è detto che vada bene per un’altra!!

Mondo

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 16 Febbraio 2005 00:04 )
 
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